Bongiovanni B. - L'UNIVERSALE PREGIUDIZIO. Le interpretazioni della critica marxiana della politica
Anno: 1981
Pagine: 106
L'universale pregiudizio, per il Marx del 1843-1844, è la diffusa convinzione che la liberazione dell'uomo possa avvenire attraverso la politica; o, il che è lo stesso, attraverso quel veicolo "universale" della categoria del politico che è lo Stato. Gli scritti del giovane Marx di critica della politica hanno sempre suscitato sottili inquietudini nei "marxisti", che si sono trovati di fronte a un pugno di testi enigmatici, in parte inediti sino al 1927-32 ed in parte ampiamente trascurati. Come inserire i nuovi arrivati nel "marxismo", ormai divenuto ideologia, istituzione, partito, Stato? Questo libro cerca di rispondere a questa domanda ripercorrendo il "lavoro dell'opera", vale a dire l'emergere polisignificante di un discorso critico attraverso le voci storicamente discordi dei suoi interpreti (gli esegeti di Marx). Cerca inoltre di interrogare lo strano destino dell'opera giovanile di Marx - in particolare di quella qui esaminata (dalla Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico agli articoli sul "Vorwarts", esclusi i Manoscritti) - che si è subito scontrata con il proprio avvenire, solidissimo nella sua consolidata oggettività storica, il "marxismo" edificato e concluso. Ci sono voluti molti anni di "lavoro dell'opera" prima che si potesse riconoscere tra le nebbie di un'ideologia "postuma" il pur chiarissimo e dirompente anarchismo di questi testi, inseriti in una tradizione di pensiero radicalmente libertario che concepisce la democrazia in netta opposizione con lo Stato. La loro storia è in gran parte la storia del "marxismo" e della ricerca marxologica degli ultimi sessant'anni. Da questa storia si può dedurre che Marx è il primo, e forse ancora il più efficace, critico del "marxismo".

