Scrittori e Popolo - Mazza Antonia
Dispense n. 22
Anno: 1973
Pagine: 54
Sulla scia del suo fondatore, Antonio Gramsci, la critica marxista italiana ha spesso impostato il proprio lavoro partendo dall’indagine sul maggiore o minore «progressismo» dell’autore preso in esame; parte integrante di tale indagine è la definizione del rapporto che lega lo scrittore al «popolo», alle masse proletarie cioè, e che può essere di simpatia o di distacco, di adesione totale o di convenzionale entusiasmo, o anche, magari, di ambigua apologia.
Di per sé, qualsiasi tipo di osservazione può fornire lo spunto per avviare un’indagine nel campo della critica letteraria, in cui non esistono «partenze» prefissate. Ma nelle righe che seguono si vorrebbe mettere in luce come l’analisi del rapporto scrittore-popolo, prediletta dalla critica marxista appunto, si riduca troppo spesso a saggio sociologico-ideologico senza approdare ad un giudizio estetico; e come tale critica, pur essendo innegabilmente portatrice di contributi nuovi e di una certa qual freschezza di impostazione (in un settore frequentemente tendente all’isterilimento e alla fossilizzazione, qual è il settore delle questioni letterarie), non abbia però poi tenuto più risolutamente presente il concetto di autonomia dell’arte, pur affermato come premessa sia dallo stesso Marx che da pensatori venuti dopo di lui.
La questione del rapporto scrittore-popolo (inteso, quest’ultimo, tanto come soggetto dell’opera dello scrittore, quanto, eventualmente, come destinatario) non può da sola esaurire un discorso critico; lo stabilire, ad esempio, se il Parini nel Giorno si faccia davvero e sempre portavoce di ideali democratici o se, almeno fino ad un certo limite, non subisca anch’egli il fascino del mondo dorato e vuoto degli aristocratici che prende a bersaglio della sua satira, può costituire un interessante punto di partenza per il critico (uno fra i tanti possibili punti di partenza). Ma in ultima analisi il critico, se vuol conservare una certa autonomia, anzi addirittura la giustificazione del proprio lavoro, e non vuole apparire come una specie di doppione (meno qualificato tuttavia) del sociologo o dello storico o del politico, deve pur porsi la domanda che il De Sanctis avrebbe espresso in questi termini: il Parini ha dato a questa materia una vita poetica, o no?
Tale domanda, invece, ci sembra in casi analoghi evitata con cura da molti critici marxisti, contro gli insegnamenti di quello stesso De Sanctis al quale anche Gramsci proponeva che si tornasse.

